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Quella sera in piazza Castello

  • 31 ott 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Credo che sia dovere di uno scrittore osservare la realtà che ha intorno e riportarla su carta attraverso la sua penna. Questo è ancor più vero in momenti storici particolarmente complessi e significativi. Riferisco dunque quanto accaduto sotto i miei occhi quella sera del 26 ottobre 2020 in Piazza Castello. Come già disse qualcuno "Ai posteri l'ardua sentenza". Sono le 18:45. A Torino si respira una strana elettricità. Inizio a parlare con le persone che, come me, sono già in piazza. "Io sono una ristoratrice e lei fino a ieri lavorava da me; fino a ieri, perché lei faceva il turno serale". Rispondo con sguardo empatico: "Io sono un'artista, non credo di dover aggiungere altro...".Non ho visto creature leggendarie il cui nome finisca con "ista" ( nessun Negazionista a tre teste, nessun chimerico Complottista, nessun quadricornuto Razzista e via dicendo). Ho visto tanta gente comune che voleva attestare con la propria presenza pacifica, ma risoluta, un dissenso e un disagio sempre crescenti. Rimarranno nel mio cuore i due fantastici marito e moglie elegantissimi, belli e raffinati, che mi hanno detto: "Vedi, noi non siamo stati direttamente intaccati da quanto sta succedendo, anzi, a livello pratico per noi non cambia nulla. Resta il fatto che siamo cittadini e, come tali, è nostro dovere essere qui ora". In tutto questo i carabinieri erano ordinatamente disposti a lato piazza, fermi ad osservare senza assolutamente interferire.



Mi avvicino ad un giornalista della troupe principale e gli chiedo per quale rete lavori. "Tg1" mi risponde a mezza voce. Lo guardo negli occhi e gli dico:" Per favore, da scrittrice, da umanista ad umanista, ma soprattutto da persona a persona: per favore, potete riportare i fatti di questa sera esattamente come sono, senza distorcerli?". La sua disarmata risposta è stata che loro sono l'ultima ruota del carro e qualunque cosa provino a dire a chi sta sopra nelle decisioni è inutile perché bisogna seguire le direttive governative. Non amo ripetermi, ma anche qui dirò: non credo di dover aggiungere altro. Poco dopo vengo a mia volta interloquita da un ragazzo de La Presse, che mi chiede una dichiarazione; rispondo con estrema sincerità: "L'arte, la cultura e la comunicazione sono le basi di una società; il libero pensiero è la base della democrazia".



Sono quasi le 20:00. Un sedicente taxista ubriaco inizia a straparlare e ad inneggiare alla violenza. "Spacchiamo tutto!" urla; "Ma spacchiamo cosa? Questa è la nostra città, dobbiamo difenderla, non danneggiarla!" gli rispondiamo un po'tutti. Cerchiamo invano di calmarlo; qualcuno guarda verso i carabinieri, in cerca di un loro aiuto per risolvere la situazione. Niente. Pian piano spuntano altri 3 o 4 elementi simili. Carabinieri ancora immobili. Ne arrivano altri. Otteniamo così una minoranza di scimmie urlatrici - saranno stati una quindicina - che disturbano la maggioranza civilizzata. Dal piccolo branco partono insulti a caso e privi di motivazione verso i carabinieri; restano ancora impassibili .Sono le 20:10 quando partono i primi candelotti fumogeni seguiti dalle prime bombe carta. A questo punto le forze dell'ordine sono pronte a caricare.


Osservo ancora un istante dall'inizio di via Roma, poi me ne vado: non ci sono più motivi per restare. La violenza non ha nulla di costruttivo e soprattutto non ha nulla in comune con le intenzioni della maggioranza che è scesa in piazza quella sera del 26 ottobre 2020



 
 
 

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