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La slittina dei pensieri

  • 28 ott 2019
  • Tempo di lettura: 6 min

Ancora quella canzone, voleva ascoltarla ancora una volta, prima che suo padre rientrasse per reclamare altri soldi da sua madre, prima di trovare la forza necessaria a contrastarlo perché non le facesse del male, prima di doverlo andare a cercare per tutti i pub di Torino, caricarselo sbronzo in macchina e riportarlo a casa.

“Hold our breathe and count to ten, then fall apart and start again”; la frase ripetuta da Molko nel suo stereo, ancora e poi ancora, la musica dei Placebo come motore per rialzarsi; questa era la sua esistenza.

“Enzo, per favore, vieni un attimo”.

Sua madre lo stava chiamando.

“Sto preparando la cena che poi corro a lavoro; sono senza sigarette, puoi andarmele a comprare un attimo?”

“Ma mamma, papà potrebbe rientrare da un momento all'altro, non voglio che ti trovi da sola”

“Tranquillo, gli ho lasciato in bella vista 50€ all'ingresso, non verrà neanche qui in cucina: li prenderà e uscirà di nuovo”.

L'aria fresca di inizio autunno gli sfiorava piacevolmente il viso: anche in quel quartiere com'era bella Torino in autunno, con i suoi alberi variopinti e quella luce che passava dall'oro all'argento, a seconda che si affacciasse il sole o meno.

“Ehi, ragazzo, che ti serve?”.

Il tabaccaio lo fissava in attesa, si era di nuovo perso nei suoi pensieri.

Appena aperta la porta di casa sentì sua madre tossire forte, come accadeva sempre più frequentemente. Fumava troppo, ma non poteva biasimarla. Faceva tre lavori per mantenere la famiglia e suo padre, nullafacente, buttava in alcool buona parte dei suoi guadagni. Lei non poteva opporsi, lui era un grosso omone violento: se non otteneva subito ciò che voleva la picchiava e lei non poteva permettergli di farle del male, non poteva restare a casa per infortunio, non poteva rischiare di perdere neanche uno dei suoi tre lavori.

“Mamma ecco, ti ho preso due pacchetti. I soldi all'ingresso sono spariti, immagino che sia passato papà”

“Esatto. Qui è tutto pronto, io vado. Tu hai finito di studiare per domani?”

“Sì, mamma, tranquilla”

“Sei il mio unico orgoglio”.

Era all'ultimo anno di liceo scientifico; nonostante i problemi familiari, era uno degli studenti migliori. I professori avevano però scritto più volte a sua madre, che non si faceva mai vedere alle riunioni di classe, per redarguirla sul comportamento di Vincenzo.

Era sempre in disparte, con le cuffie nelle orecchie e un album da disegno in mano. Spesso durante le lezioni si alzava e se ne andava. Se un compagno provava a dargli fastidio, lui reagiva stendendolo con un pugno.

Amava l'arte, la letteratura e il pensiero. Non altrettanto le scienze e la matematica, ma la sua acuta intelligenza e la sua mente brillante e intuitiva lo tenevano a galla anche in quelle materie.

Al mattino, se arrivava, era in ritardo; nelle pause fumava con non-chalance marijuana nel giardino dell'istituto.

Le ragazze non gli mancavano, attirate dalla sua aria “bello e dannato”, ma lui non si legava a nessuna.

La bellezza l'aveva presa da sua madre Marianna. Era una giovane promessa del teatro quando disgraziatamente incontrò suo padre.

Una sera stava festeggiando con la compagnia il grande successo riscontrato da una prima. Qualche bicchiere di troppo ed era caduta tra le braccia di quell'uomo. Proprio così, lui, Vincenzo, era il risultato di una sbronza sciagurata.

Erano le tre del mattino, aveva appena finito di rivedere per l'ennesima volta “Profondo rosso”; di suo padre nessuna traccia, era ora di andarlo a cercare. Sempre più spesso desiderava non trovarlo affatto.

Ma anche quella notte eccolo lì, semisdraiato su una panchina di piazza Statuto. Ed ancora una volta toccava ad Enzo caricarlo di peso sulla vecchia Panda e scaricarlo sul divano.

E i giorni passavano così, con “English summer rain” nello stereo che ribadiva “always stays the same, nothing ever changes” “sempre tutto uguale, niente cambia mai” e poi lo invitava a ripartire ancora e ancora.

Finché una notte, uscito per recuperare il padre, non trovò più la vecchia Panda. Quando sua madre tornò da lavoro le riferì della scomparsa sia del veicolo che di suo padre.

Marianna corse allarmata in cucina “Se n'è andato... e si è portato via tutti i risparmi che avevo nascosto in un barattolo... ha lasciato questa...”.

Vincenzo lesse e rilesse con rabbia la lettera di suo padre:

“Cara Marianna, questo è l'ultimo danno che ti procuro. Me ne vado, una volta per tutte mi levo di torno e lascio vivere in pace te e Vincenzo. Lui vale molto di più di me, per fortuna ha ereditato la tua parte migliore”.

Bene, ora doveva trovare il modo di aiutare sua madre. Avrebbe procurato ad entrambi del denaro, doveva solo capire come.

E poi ebbe l'idea. E l'idea lo trasformò in un hacker professionista.

Sua madre non capiva come il figlio riuscisse a portare soldi a casa, ma quando rientrava da lavoro era troppo stanca per indagare.

“Enzo, vieni qui un attimo, devo parlarti”

“Dimmi”

“Sei alla fine del liceo, vorrei che tu andassi all'università, in qualche modo riuscirò a pagare la retta... che facoltà vuoi scegliere?”

“Non ti preoccupare, mamma; ho aperto un conto a mio nome, sto già mettendo da parte il necessario per la retta. Sceglierò Lettere. Ora devo uscire”.

Marianna ancora una volta era rimasta stupita dalle misteriose entrate economiche del figlio, ma lui era uscito troppo in fretta perchè lui potesse fare domande.

Un giorno di pieno gennaio su Torino si abbattè una nevicata come non se ne vedevano da tempo. Vincenzo era uscito, del tutto non autorizzato, prima dal liceo perché voleva fare un giro ai giardini reali e trarre ispirazione per uno dei suoi disegni.

Un gruppo di stupidi e grossi bulli aveva circondato un esile ragazzino dai capelli rossi e col volto coperto di lentiggini. La stranezza indifesa della povera vittima lo spinse ad intervenire: non aveva mai sofferto quelli che se la prendevano coi più deboli. Raccolse un grosso bastone e si avventò sui bulli, riuscendo a cacciarli con un po' di colpi ben assestati.

“Sono Giovanni, grazie per avermi aiutato”

“Mi stavano irritando”

“Non ho molto per ricompensarti, come puoi vedere dai miei abiti logori, ma ti prego di accettare questa piccola slitta di legno”

“Sarebbe un portafortuna?”

“No, è un porta-ovunque. Ti basta tenerla in mano e pensare a qualunque luogo tu voglia raggiungere: ti farà volare dino lì”

“Ok...grazie, credo... ciao...”.

Ovviamente non aveva creduto a una parola, ma non voleva dispiacere quel poveraccio e aveva fatto finta di niente, accettando il dono per farlo contento.

A casa trovò sua madre a letto con la febbre alta e sconvolta dai forti colpi di tosse. Chiamò subito la guardia medica e intanto corse alla farmacia d'angolo a prendere delle medicine che potessero aiutarla.

Il medico disse che erano necessari degli esami, che doveva portarla in ospedale perché probabilmente si trattava di polmonite.

“Ma non abbiamo un'auto, come posso portarla in ospedale in quelle condizioni! Peggiorerebbe sicuramente!”

“Vieni ragazzo, vi accompagno io”.

Sua madre dormiva nella stanza. Le avevano dato un po' di sedativo per farla riposare.

Nel corridoio deserto della corsia Vincenzo era assorto in mille pensieri, quando si accorse di aver preso in mano la piccola slitta. Sorrise tra sé e pensò: “se davvero tu potessi portarmi ovunque, vorrei raggiungere mio padre per sputargli in faccia tutto quello che penso di lui”...

… stava volando! La slitta l'aveva condotto fuori dalla finestra dell'ospedale, che si era appositamente aperta e poi richiusa per lasciarlo passare. Atterrò in un vicolo maleodorante della periferia di una qualche città da qualche parte del mondo. Suo padre era là buttato per terra tra dei cartoni; dormiva, probabilmente per smaltire l'ultima sbronza.

Per un attimo ebbe l'impulso di svegliarlo a calci... ma si fermò e, guardandolo, pensò: “in fondo mi fai pena: sei anche tu vittima di te stesso. Noi ce la caveremo in qualche modo. Come sempre”.

Ecco raggiunto un altro milione di followers. Un altro libro di viaggi e fantasie scintillava nelle vetrine delle librerie.

La laurea con lode in letteratura lo guardava appesa sopra la scrivania. Dalla finestra di quella grande casa poteva vedere tutta piazza Vittorio.

Marianna rideva serena in salotto, chiacchierando e bevendo il tè delle cinque con le sue amiche.

In quegli anni Vincenzo aveva usato la slittina per esplorare il mondo e descriverne accuratamente orrori e meraviglie nei suoi libri, collezionando un best seller dietro l'altro e intasando di followers il suo account Facebook.

Ovviamente non aveva più bisogno di ulteriori entrate e aveva da tempo messo fine alla sua carriera di hacker.

Sua madre non doveva più lavorare e poteva dedicarsi di nuovo alla sua passione per il teatro. Non aveva più pensato all'uomo che per tanto tempo le aveva rovinato la vita, l'uomo che, in fondo, le aveva lasciato quel figlio che l'aveva resa di nuovo libera.

In quegli anni Vincenzo aveva usato la slittina per esplorare il mondo e descriverne accuratamente orrori e meraviglie nei suoi libri, collezionando un best seller dietro l'altro e intasando di followers il suo account Facebook.

Ovviamente non aveva più bisogno di ulteriori entrate e aveva da tempo messo fine alla sua carriera di hacker.

Sua madre non doveva più lavorare e poteva dedicarsi di nuovo alla sua passione per il teatro. Non aveva più pensato all'uomo che per tanto tempo le aveva rovinato la vita, l'uomo che, in fondo, le aveva lasciato quel figlio che l'aveva resa di nuovo libera.

 
 
 

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