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Il foro del cielo

  • 21 mag 2019
  • Tempo di lettura: 5 min

Fin da bambina Rebecca pensava che quel foro perfetto in cima alla montagna fosse un passaggio per un altro mondo, un mondo fatto di cielo, nuvole e ali.. Soprattutto tante ali...

Era cresciuta in un paesino toscano chiamato Cardoso di Stazzema, dove gli abitanti si conoscono tutti fra loro e il fiume accompagna col suo scorrere i canti del bosco.

La sua era un'esistenza serena, in armonia con l'energia del mondo. Aveva un amico, il figlio del vicino di casa, Paolo si chiamava. Si conoscevano da sempre e sempre erano stati compagni di avventura.

Rebecca la sera aspettava il sorgere delle prime stelle e parlava con loro fino a quando non si addormentava vicino alla finestra della sua cameretta. Raccontava loro di un grande Palazzo d'avorio con quattro torri disposte secondo i punti cardinali. Per raggiungere il palazzo si saliva una lunga bianca scala tra le nuvole. E lei in sogno volava con candide ali tra quei cieli dove di giorno l'arcobaleno svettava imponente e di notte la Luna sembrava vicinissima.

Aveva provato a confidare le sue così reali fantasie a Paolo; lui le aveva risposto che poteva dipingerle.

Rebecca amava dipingere. I suoi quadri avevano qualcosa di magico, di ultraterreno.

Aveva riportato su tela luoghi impensabili. Un mondo quasi interamente fatto d'acqua, uno completamente ricoperto di foreste, uno roccioso, uno pieno di vulcani e lava che formava fiumi e uno pieno di strane montagne e strette vallate.

E poi.. Poi quel regno dell'aria che la ossessionava come un richiamo costante a una vita precedente... Uno strano senso di appartenenza le attanagliava il cuore e non capiva quale fosse davvero il suo posto. Amava Cardoso, adorava la sua famiglia eppure non si sentiva a casa...

Paolo vegliava su di lei come un fratello maggiore, anche se realmente avevano la stessa età. Vedeva Rebecca come una creatura affascinante e delicata, pervasa da una strana forza che le sgorgava da dentro. Gli piaceva ascoltare i suoi sogni, per quanto non li ritenesse altro che pura immaginazione.

L'estate era alle porte. L'aria portava dal mare il profumo di spiagge assolate, onde e risate.

Rebecca elaborava da mesi di salire con Paolo fino al foro; aveva studiato l'itinerario fin nei dettagli e preparato il necessario per affrontare l'escursione.

Una splendida domenica mattina si incontrarono all'alba, decisi a compiere l'impresa: zaini in spalla, corda, provviste, cerotti e medicazioni, perfino una tenda di quelle istantanee, che se le lanci si montano da sole, ma che per chiuderle non è altrettanto facile.

Durante il tragitto Rebecca era strana, cioè, più strana del solito... Ogni tanto sembrava completamente assente, come se solo il suo involucro corporeo stesse camminando accanto all'amico. Paolo provava a catturare la sua attenzione parlando, scherzando e facendole piccoli dispetti. Niente da fare, in quei momenti nulla pareva raggiungerla.

A un certo punto gli disse: "Sai, Paolo... Stanotte ho fatto un sogno.. Non come gli altri.. Era un sogno reale, con tutti i cinque sensi come quando si è svegli.. Anzi, i sensi erano come... amplificati. Arrivavo al foro... Stavo guardando il cielo oltre ad esso. Poi mi sentivo sollevare e tutto cambiava... Ero dall'altra parte, ero io come non mi accadeva da tempi immemori... Paolo, io un giorno non tornerò...".

Tacque.

Paolo voleva scherzare su quanto ascoltato, relegarlo tra le solite fantasie di Rebecca... Non ci riusciva. Questa volta aveva un presentimento inalienabile che sarebbe accaduto davvero.

Restò quasi del tutto in un silenzio riflessivo per il resto del tragitto.

Arrivati finalmente di fronte al foro accadde un fatto stranissimo: dall'apertura un arcobaleno investì completamente il corpo di Rebecca, che iniziò a rilucere come se fosse di perla.. La fanciulla rimase sospesa a mezz'aria per qualche minuto, poi l'arcobaleno cessò e lei cadde a terra priva di sensi.

Paolo corse a soccorrerla, ma non fece in tempo a proferir parola che Rebecca aprì gli occhi, più verdi del solito, come se emanassero una luce impalpabile, e parlò con un tono serio che Paolo non le aveva mai sentito.

“Amico mio caro, tu devi aiutarmi a compiere una missione non facile; dovrai fare l'impossibile per organizzare mostre dei miei quadri in tutte le principali città del mondo. Io, nel frattempo, continuerò a dipingere senza tregua: entrambi vivremo bene con i profitti che ricaveremo dalle vendite dei dipinti”

Rebecca, Rebecca mia, io vorrei tanto aiutarti, ma non so da che parte incominciare!”

“Non preoccuparti, fidati solo di me; ce la faremo perché così deve essere.”

“Ma come? Siamo solo due ragazzi di un paesino sperduto tra i monti della Toscana!”

“Domani prendi il mio quadro con gli angeli Cherubini, avvolgilo in un panno pulito cosicché non prenda polvere e percorri a piedi la strada verso Orzale. Ti prego promettimi che lo farai! Parti da casa alle 8.00 in ??punto; tutto chiaro? Fidati di me”.

Il dì seguente, un Paolo molto titubante e preoccupato per la salute mentale della sua amica, fece comunque quanto richiestogli: del resto avrebbe fatto di tutto per Rebecca e anche stavolta non l'avrebbe delusa.

A metà strada, però, un uomo a cavallo di uno splendido destriero nero quasi lo travolse, facendolo cadere per terra. Subito scese a soccorrerlo: “Mi dispiace, Levante è un animale molto irruente! Si è fatto male? Posso fare...” ma interruppe la frase a mezz'aria , attratto dal quadro semiscoperto dal telo.

Paolo lo osservò un po' interdetto, indeciso se rispondere o meno e cosa dire... “Guardi, sto bene, si dia pure pace. Quel che importa è che il quadro della mia amica sia integro e non si sia rovinato.”

Senza guardarlo neanche e senza tantomeno ascoltarlo, lo sconosciuto nel frattempo aveva preso in mano il dipinto e ne era rimasto rapito.

Paolo iniziava a sentirsi invisibile, quando di botto l'uomo disse: “Or bene, se glia ltri quadri della tua amica sono come questo, ho finalmente trovato l'artista che stavo cercando! Ascoltami bene, ragazzo... come ti chiami?” “Paolo” “Bene, Paolo, mi aiuterai ad organizzare mostre per la tua amica in tutte le principali città del mondo. Ah, sì, sono Guglielmo e sono un importante critico d'arte; ma non è questo il punto.

Il fatto è che sto cercando questo quadro da anni e lo sogno ogni singola notte. Dentro di me ho sempre saputo che l'avrei trovato e che da allora avrei dedicato la vita all'artista che l'aveva dipinto.”

Molti viaggi, molte città, infinite Gallerie. Collezionisti entusiasti lottavano fra loro per acquistare le varie opere. Rebecca presenziava solo la prima ora di ogni allestimento, poi tornava a dipingere.

Dopo anni senza tregua, un giorno Rebecca chiamò Paolo e Guglielmo e disse loro: “Abbiamo finito. Ora c'è solo un'ultima cosa da fare insieme”.

Guglielmo rispose: “È dunque giunto il momento?”

“Il momento per cosa?!” chiese Paolo, spazientito dai loro criptici dialoghi.

Rebecca gli appoggiò delicatamente una mano sulla spalla e con dolcezza inaspettata gli disse: “Dobbiamo tornare su al Foro tutti e tre insieme”.

Suonava come un addio, più che come la proposta di una gita; Paolo si sentiva tristissimo in un modo inspiegabile, ma non avrebbe deluso l'amica e cercava di non far trapelare il suo stato interiore mentre sorrideva dicendo: “Che bello! Finalmente una bella gita fra i boschi, proprio ciò che ci vuole per ricaricare le pile! Preparo io i panini per tutti, Guglielmo penserà alle bevande e tu Rebecca al dolce, va bene?”

quasi con le lacrime agli occhi, Rebecca rispose: “va bene; si parte alle 8.00 in punto”.

Il tragitto fu lungo e silenzioso, come se tutti e tre fossero persi ognuno nei propri pensieri.

Arrivati al Foro di nuovo Rebecca fu investita dall'arcobaleno e questa volta si dissolse in esso. Mentre ciò accadeva, Paolo, con un gesto quasi meccanico, afferrò una grande candida piuma comparsa tra il giallo e il rosso. Recava scritto: “Ciao Paolo, non dimenticarmi e grazie di tutto; ti voglio bene, la tua Rebecca".

 
 
 

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